Igor Sibaldi. “I Maestri Invisibili” e il concetto della morte.

Igor Sibaldi, ci aiuta a capire come gli spiriti guida parlano della morte?

 

S: In realtà non ne parlano.
Perché noi siamo abituati a pensare che a un certo punto l’individuo muore e che poi, magari, gli capita qualcos’altro. Ci hanno indotto a pensare a queste cose tutta una serie di religioni e ci hanno educato, religioni relativamente moderne. Nelle religioni antiche, tipo l’ebraismo, non c’è l’idea dell’aldilà individuale. Quando qualcuno muore, nella Bibbia si dice che si riunì ai suoi cari. Però non è specificato nient’altro. Di che fine abbia fatto Adamo nell’aldilà non sappiamo niente. I Greci avevano questa stasi, dopo la morte dovevano stare lì, riservato solo ad alcuni. Avevano comunque idee molto vaghe a riguardo. Noi abbiamo idee che via via si stanno perfezionando sempre di più, specialmente, ultimamente, di origine americana, statunitense, c’è un grosso interesse – loro dicono “scientifico” ma diciamo para-scientifico – su quello che avviene all’individuo dopo la morte.
A me sembra, e mi risulta anche da queste tecniche cosiddette “di spiriti guida” che sia un discorso mal posto. In realtà, noi abbiamo solamente due braccia. Parlare di quello che capiterà dopo la morte è come parlare di quello che capiterebbe se avessimo otto braccia.  Però noi questo abbiamo. Noi siamo questo incontro di componente psichica-spirituale e componente fisica che diventano una cosa inscindibile. Non è vero che noi siamo anima e corpo; è  tutt’uno. Il corpo è la parte materiale di quello di cui l’anima è la parte, diciamo immateriale, aerea.
Io sono anche convinto che ciò che si chiama “inconscio” in psicanalisi sia proprio il corpo. Cioè, che quando un trauma o un problema non riesce a essere tenuto nella psiche, nella coscienza, e scivola nell’inconscio, in realtà diventi un fatto chimico, diventi un problema biochimico, una malattia.
Ecco, noi siamo questa integrità e quello che importa di più, quello che è importantissimo  è usare il tempo della vita. Anche il Vangelo è d’accordo a riguardo. C’è un punto nel Vangelo, dei Sinottici, molto duro per quello che riguarda  i cristiani che dice “Dio è il Dio dei vivi e non dei morti” che ci lascia un po’ di stucco se siamo cristiani. Perché noi siamo abituati a pensare che Dio sia soprattutto il Dio dei morti in realtà, che i Santi siano lì nel Paradiso. E invece vediamo che Gesù nei vangeli dice: “No, no, Dio è Dio dei vivi non dei morti!”. Uno può dire: ”Beh, forse perché nell’aldilà sono ancora vivi”. E no, questo non lo dice, lo diciamo noi. In realtà, la parte che c’è al di qua della morte è la parte che noi conosciamo e che possiamo usare e nella quale possiamo agire. Di là c’è quello che i Vangeli chiamano il buio in cui nessuno può far nulla, perchè in realtà non c’è. Preoccuparsi per quello che viene dopo la morte a me sembra un po’ una fuga dal preoccuparsi molto più serio di quello che viene prima. È come se una persona vivesse troppo poco nella vita e dicesse: “Tanto poi nell’aldilà ricevo il compenso che non ho vissuto”. Ma non è mica vero! Supponiamo da un punto di vista fuori da  qualsiasi religione, nel modo più oggettivo possibile, cosa capita a un io dopo la morte. Dal momento in cui corpo e psiche si scindono, l’io non c’è più, non esiste più. Non essendoci più l’io, non c’è più il mondo che l’io percepisce come tempo e spazio. Non essendoci più tempo e spazio, non c’è più neanche il numero. Molto più convincente è dire si è riunito ai propri padri, cioè smette di essere uno e diventa “tanti”. Solo che se diventa “tanti” cambia dimensione e noi non possiamo più seguirlo. È un’altra dimensione. A me, per esempio, non è mai capitato, mai, neanche di chiedere cosa ne pensano gli spiriti guida di quello che c’è dopo la morte.
È come se, discutendo con quelle parti alte della psiche che noi chiamiamo spiriti guida, queste idee non venissero neanche in mente.

IGOR

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