Giuseppe Tomasi di Lampedusa a Villa Piccolo

Giuseppe Tomasi di Lampedusa a Villa Piccolo: la dimora dell’immenso parla una lingua antica.

di Alberto Samonà

Villa Piccolo, dimora di fine Ottocento che si erge sulle colline che sovrastano la Piana di Capo d’Orlando, è il paradigma, ancora oggi, di ciò che per Giuseppe Tomasi di Lampedusa è un mondo fatto di ricordi e affetti, ma al contempo, dà la misura, il senso di un’identità, quella di quel mondo aristocratico che va sempre più scomparendo al trascorrere dei secoli.

Gli ambienti della Villa, infatti, è come se avessero cristallizzato il respiro di tale mondo, con i suoi giardini uguali a cinquant’anni fa e con gli interni della casa, nella quale Tomasi amava soggiornare, ospite dei suoi cugini Piccolo, Lucio, Casimiro e Agata Giovanna. Qui tutto è immutato. Non perché la realtà si sia musealizzata, ma perché è come se il tempo si fosse fermato e le lancette di uno speciale orologio scorressero verso un altro tempo, che rimanda direttamente a una dimensione altra.

Ed ecco che tali ambienti e giardini richiamano quelli narrati nel piccolo grande romanzo che rese celebre il Lampedusa, ma con una differenza sostanziale: qui non vi sono fasti, non vi è magnificenza, poiché anche la dimora e i suoi sterminati ambienti circostanti sono piuttosto improntati a una silente, quanto privatissima, prospettiva, quella di uno sguardo mistico sulla realtà, sulla storia e, al contempo, sulla società. Il giardino di Donnafugata ne risulta così traslato in un altro, ricco sì, ma di una ricchezza esoterica. Ogni pianta, ogni fiore, ogni albero è come se fosse muto testimone di un progetto interiore, di un cammino personale che conduce verso una relazione con il Tutto.

E dunque, non vi è dicotomia fra l’uomo e gli alberi della Villa, che risulta come un luogo estraniato dal contesto urbano e naturalistico circostante. Estraniato ma non estraneo, poiché si tratta di uno spazio che si nutre di assoluto e la cui energia promana verso tutte le direzioni: luogo di ingressi di paesaggi, come ci ricorda Lucio Piccolo. Punto di osservazione sui luoghi, questi molteplici, e sulle umane vicende, che scorrono senza però lasciar solchi nel quieto vivere dell’eremo orlandino. O finto eremo, poiché qui non ci si isola, ma semmai ci si tempra, ci si nutre, per affrontare la vita al cangiar delle stagioni.

L’anima di Tomasi vive costantemente in questo gioco con i propri cugini, anch’essi anime, a partire dai sentieri del giardino, più volte battuti insieme a Lucio, conversando di poeti e scrittori, di scoperte nel panorama letterario e di giovani promesse, poi divenute – in certi casi molto tempo dopo – mostri sacri della letteratura mondiale. Anche gli interni sussurrano le medesime parole. Solo accennate. Quasi sospirate. Come fosse un mantra, come fosse un esercizio di respirazione. E la stanza degli ospiti, nella quale Tomasi era solito soggiornare per lunghi periodi, è il fulcro di tali sospiri, ove l’essenziale diviene ancora più intimo, con lo sguardo rivolto a Salina, complice la finestra che apre sull’isola eoliana.

Ecco dunque la ragione per cui il Lampedusa amava soggiornare abitualmente dai suoi cugini a Villa Vina (così era chiamata dal nome del torrente che scorre a pochi metri). I suoi giardini e la dimora stessa, infatti, richiamano il mito delle origini, quel magico tempio nel quale tornare, per ritirarsi in una speciale solitudine che contrassegnerà molte esperienze dello scrittore.

La Villa, dunque, era luogo prediletto per molteplici ragioni, ma soprattutto per quelle speciali condizioni che soltanto lì potevano realizzarsi, in un eccezionale mix di spiritualità, silenzio, dissertazioni letterarie e arte, che rendevano (e rendono) questo luogo unico. “Arcadia” la definirà Lampedusa, scrivendo alla moglie e – come ricorda lo studioso Franco Valenti – “Del resto, non può farci meraviglia, basti ricordare che le prime “Arcadie” in Italia furono fondate nel XVII sec. soprattutto da antichi “gattopardi”, come il Duca di Paganica e/o il Duca di Parma agli Orti Palatini, dove addirittura fece edificare un teatro agreste di forma circolare in legno e terra, rivestito di fronde di alloro: identica ambientazione agreste-floreale del teatro circolare all’aperto ideato dai Piccolo, immerso nel verde, a sud-est della Villa (le piante d’alloro perimetrali esistono tuttora)”.

Che la Villa fosse al primo posto nel cuore dello scrittore ce lo ricorda anche Gioacchino Lanza Tomasi e l’importanza del luogo era tale che egli vi tornava sempre, sia prima che dopo la Seconda guerra mondiale, quando, non soltanto il palazzo di Santa Margherita Belice, ma anche quello di Palermo, erano ormai irrimediabilmente persi. E i suoi soggiorni coincidono, non a caso, con fecondi periodi creativi: intere parti de Il Gattopardo e dei Racconti sono scritti sulle colline di Capo d’Orlando. A contatto con i silenzi dei boschi e delle campagne di tali luoghi, nutriti dai panorami mozzafiato sulle Eolie e dagli incontri con campieri e altri personaggi del tempo.

La Villa è, perciò, per lui scrigno prezioso ed è egli stesso a scriverlo nero su bianco nei Racconti, dove, a proposito della stanza in cui soggiornava, così si esprimeva: la “bacheca Luigi XVI in legno bianco che racchiudeva tre statuine in avorio, la Sacra Famiglia, su fondo cremisi pende adesso al capezzale del letto della stanza in cui dormo nella villa dei miei cugini Piccolo, a Capo d’Orlando”. E ancora, per non lasciar spazio a dubbi:“In questa villa, del resto, ritrovo non soltanto la «Sacra Famiglia» della mia infanzia, ma una traccia, affievolita, certo, ma indubitabile, della mia fanciullezza a Santa Margherita e perciò mi piace tanto andarvi”.

La Sacra Famiglia in tal caso è sì il legame di sangue con i suoi cugini Lucio, Casimiro e Giovanna, ma anche e soprattutto un riferimento paradigmatico al cordone, mai reciso, con le origini. Un modo per esorcizzare, forse, il tempo e ritornare al periodo della fanciullezza; una maniera, per rendere immortali i luoghi tanto amati, ma oramai irrimediabilmente perduti. E l’immortalità dei luoghi è possibile a Villa Piccolo, proprio perché qui e soltanto qui sono presenti quelle condizioni “speciali” di cui si scriveva prima. E poco importa che la bacheca in legno di cui parla non sia in realtà una Sacra Famiglia. Egli nello scritto la trasfigura e le conferisce un ruolo sacro, poiché sacro è il messaggio che attraverso l’oggetto in questione intende dare a chi legge.

Proprio nella Villa di Capo d’Orlando, ad esempio, il Lampedusa decise di far seppellire l’amato cane Crab, in una piccola tomba di quel cimitero dei cani fatto realizzare dai Piccolo ad ovest della casa. I cani – è bene sottolinearlo – per Lucio e Casimiro erano ben altro che semplici animali, poiché in essi risiedevano le anime di esseri che si erano incarnate in tali corpi. Pur lungi da tale visione, comunque, Giuseppe Tomasi amava quel piccolo ma straordinario cimitero e pensò che il proprio cane, con cui spesso amava farsi ritrarre, non potesse avere sepoltura più degna che in quel luogo.

L’interiorità, ancora una volta, diviene la possibilità di sublimare la solitudine in genio assoluto. Ed è un’interiorità vissuta, mai celebrata, ma condivisa soltanto con pochissimi.

Condizioni intime e legami indissolubili che non mutano nemmeno dopo l’incontro e il matrimonio di Tomasi con l’aristocratica Alexandra Wolff von Stomersee. E difatti, come ricorda Maria Antonietta Ferraloro nel suo “Tomasi di Lampedusa e i luoghi del Gattopardo” “Neppure l’amore per questa donna lo porta a un’apertura maggiore verso l’esterno […] Anche dopo l’incontro con la baronessa, nel periodo in cui egli inizia a tessere le trame di un delicato e assai letterario matrimonio epistolare, i suoi interlocutori privilegiati continuano a essere i fratelli Piccolo, Lucio in particolar modo, a cui lo ha sempre legato una profonda affinità elettiva, un raro sodalizio intellettuale e umano. Qualunque cosa accada attorno a lui o dentro il suo animo, piacevole o spiacevole che sia, sentirà sempre l’esigenza di comunicarla a loro, prima ancora che a Licy (come veniva chiamata affettuosamente la moglie, ndr). Le numerose lettere del viaggiatore-Mostro, come lui stesso amava firmarsi, giungono con una certa regolarità nella sonnolenta pace armata di Villa Vina, a Capo d’Orlando, dove Lucio Casimiro e Agata Giovanna consumano le loro vite straordinarie in perfetta solitudine, in obbedienza a un feroce diktat materno”.

Dunque, quello con Lucio Piccolo fu un rapporto di costante confronto: un sodalizio destinato a durare, che sarà fecondo anche nella trasformazione e sublimazione letteraria di Tomasi da aristocratico appartato ad autore del più grande capolavoro del Novecento.

Vero è che i temi e gli spunti del romanzo si trovano anche nella produzione precedente, così come è vero che il libro rimase in “gestazione” nella mente del Lampedusa per parecchio tempo, ma è indubbio che nuova linfa vitale a tale progetto editoriale fu data dal convegno di San Pellegrino Terme del 1954, quando Tomasi accompagnò il cugino Lucio, invitato con le sue 9 liriche da Eugenio Montale al cospetto dell’intellighenzia letteraria italiana. Troppo importante il palcoscenico di San Pellegrino, nel quale Lucio trovò consacrazione, visibilità e fama. Da quell’esperienza tutto sarebbe cambiato, anche perché era quello il momento di agire per non rischiare di restare indietro rispetto al cugino poeta. A ben guardare, l’evoluzione narrativa e poetica dei due avviene simultaneamente, come se Lucio Piccolo e Giuseppe Tomasi fossero tasselli di un unico mosaico, letterario e meta-letterario.

A ricordarcelo, ancora una volta è Franco Valenti: “Il consolidato sodalizio culturale tra Tomasi e Lucio – scrive Valenti – basato sulle affinità dei gusti letterari, dopo San Pellegrino Terme, diventò fortissimo, indissolubile, per reciproca necessità di confronto, anche spietato. Tomasi, durante la composizione del romanzo, provava quasi un bisogno fisico di leggere le pagine appena scritte e sentire il parere di Lucio, già consacrato poeta. Come sappiamo, Lucio in gioventù, a Palermo, aveva scherzosamente coniato per lui l’appellativo di “Mostro” (da interpretarsi in vari sensi, come spiega Gioacchino Lanza Tomasi). Il sarcasmo tra i due talvolta era molto pungente. Per esempio, durante la stesura del romanzo, ogni tanto Lucio Piccolo telefonava a Palermo invitando Lampedusa con frasi simili: “Mostro, quando vieni a sciacquare i panni in Vina?” […]. La battuta sfottente aveva un duplice significato nascosto: l’invito a fare come Manzoni, che andò a sciacquare i panni in Arno (invito però riduttivo, vista la differenza tra Arno e il rachitico torrentello Vina), e la fiorettata di recarsi dal maestro, per sottintendere che la poetica di Tomasi necessitava delle correzioni (o stroncature) di Lucio, suggerite man mano che il principe leggeva a voce alta le bozze del romanzo, nel salotto di villa Piccolo”.

La Villa, dunque, ancora una volta è protagonista. Qui e solo qui è possibile che l’ossatura del progetto tomasiano prenda corpo. E d’altronde, come si diceva, per lo scrittore questa ricoprì un posto speciale, ben differente dalle varie “case” che egli aveva frequentato e che descrisse così nei Racconti: “Tutte le altre case (poche, del resto, a parte gli alberghi), sono state dei tetti che hanno servito a ripararmi dalla pioggia e dal sole, ma non dalle CASE nel senso arcaico e venerabile della parola”.

Non appare, dunque, un caso che ne Il Gattopardo, il principe di Salina venga fatto morire lontano dalla propria “casa”, in una stanza d’albergo in tutto estranea rispetto alle dimore in cui il protagonista aveva vissuto e che aveva amato. In ciò non si può non riscontrare quel senso di perdita, di sradicamento, che non è soltanto nel principe di Salina, ma è nello scrittore stesso, orfano di quelle dimore che egli aveva amato, ma che oramai erano andate. E d’altronde anche la morte di Tomasi, avvenuta il 23 luglio del 1957 dopo la degenza in un ospedale romano coincide in modo straordinario con quella del suo più importante personaggio. Qui l’ospedale si sostituisce all’albergo, ma non cambia il senso, poiché si tratta di un luogo estraneo e ostile, lontano universi interi da quelli che il proprio cuore aveva cristallizzato quali dimore.

Questo senso di sradicamento e solitudine, ma al contempo, la costante e continua ricerca della dimora originaria accompagnarono Tomasi fino all’ultimo giorno della sua vita, al punto che appena un mese prima di morire, egli scrisse una lettera al cugino Casimiro dal letto di ospedale in cui era ricoverato, che risulta come un testamento spirituale rispetto all’idea che il Lampedusa aveva della vita e della dimora. Così egli scrisse in questa missiva che è tuttora custodita a Villa Piccolo, in una teca proprio nella stanza ove il principe abitualmente soggiornava: “ […] Questo mese vorrei venire a passare dieci giorni alla Piana (Villa Piccolo, ndr). Lo potrò? Sarebbe bello arrivare col vagone-letto la mattina alle sette, coricarmi nella stanza vuota, dormire sino alle nove e svegliarmi con l’illusione che non sia successo niente, che tutto è come prima […].

Egli non lo potrà. Il destino di Giuseppe Tomasi e quello del principe di Salina sono legati indissolubilmente. Unico è il senso di solitudine, unica è la dimora paradigmatica e medesimo è anche lo sradicamento dai luoghi “arcadici”, ormai inevitabile. Peraltro, è proprio il Lampedusa a svelare a tutti la propria predilezione per i luoghi e per le cose rispetto alle persone: “Ero un ragazzo cui piaceva la solitudine, cui piaceva di più stare con le cose che con le persone”, scrisse nei Racconti. Il passo successivo non può, perciò, che essere la morte e al contempo, l’immortalità del gioco letterario, conseguita a fatica, proprio a partire dai luoghi. Dalle “cose” tanto amate.

Molti sono, d’altronde, nella vicenda umana di Tomasi i riferimenti a Villa Piccolo, o Villa Vina o Villa Piana. Nomi diversi, ma unico spazio. Qui, peraltro, egli ritrovava anche il “gusto” per la vita familiare, conviviale certo, ma pur sempre limitata alla condivisione con quei pochi affetti di cui amava circondarsi. In primis, i cugini Lucio e Casimiro.

Protagonista è sempre lei. La Villa di Capo d’Orlando, di cui il Lampedusa parlò sempre con entusiasmo. Nell’aprile del 1941, ad esempio, scrisse alla moglie a Roma, mentre l’Italia era piombata nella bufera del Secondo conflitto mondiale. Nessun cenno, tuttavia, agli sconvolgimenti planetari, ma l’attenzione di Giuseppe Tomasi era tutta sulla Villa e sulle specialità culinarie fatte preparare da un nuovo chef su disposizione dalla cugina Agata Giovanna: “[…] Sono arrivato venerdì sera […], alle quattro del pomeriggio, accolto da enormi tazze di vero cioccolato con panna montata e brioches. Hanno un nuovo cuoco eccellente, ma che purtroppo partirà tra 15 giorni. Ti racconterò il menù di una sola cena ma tipica: lasagne col sugo di carne, carne trita e ‘ricotta’; ‘Vol au vent’ di pasta sfoglia con aragosta e latticello di pesce; cotolette panate con patate alla crema, piselli al prosciutto e una straordinaria torta su ricette di Escoffier: pasta sfoglia, crema molto leggera e ciliegie candite. Il tutto appena tiepido, e nelle quantità abituali”.

Qui sembra quasi che a parlare non sia lui, bensì don Fabrizio Corbera Principe di Salina, e la scena parrebbe rubata all’intuizione del genio cinematografico di Luchino Visconti e ambientata in uno dei fastosi saloni immortalati nella celebre pellicola. Eppure, nella realtà le delicatezze preparate dal nuovo cuoco venivano consumate nella modesta sala da pranzo di Villa Piccolo, in compagnia dei soli amati cugini. Tanta ricchezza di sapori da condividere con pochi, pochissimi commensali. Come, se ancora una volta, nella missiva il Lampedusa stesse raccontando non tanto e non soltanto la bontà dei cibi consumati, ma l’antro nel quale ciò era possibile. Ovvero, la villa, la dimora, il luogo paradigmatico. Tanto ricercato, quanto trovato.

Il destino stesso del suo celebre romanzo si compie proprio a partire dalla Villa orlandina e su impulso del cugino Lucio Piccolo: la copia dattiloscritta de Il Gattopardo venne spedita il 24 maggio del 1956 al Conte Federico Federici della Mondadori, non a caso con una lettera di presentazione di Lucio. A dicembre arrivò il rifiuto della casa editrice e nel frattempo, da Villa Piccolo partiva anche la lettera che lo stesso Lucio Piccolo scrisse a Basilio Reale, per conoscere i destini del manoscritto de Il Gattopardo, che egli aveva inviato per la pubblicazione, e per raccomandargli “lievità di tatto” nel prendere informazioni circa l’esito negativo della pubblicazione. La cronaca di come andò la vicenda è a tutti nota e solo dopo varie vicissitudini divenute storia (fra cui i successivi rifiuti anche dalla casa editrice Flaccovio e da Elio Vittorini per la collana “I Gettoni” di Einaudi), il romanzo fu infine pubblicato da Feltrinelli. Probabilmente, però, senza Lucio Piccolo, il libro del cugino-rivale e amatissimo non avrebbe avuto mai pubblicazione.

Villa Piccolo e dintorni, peraltro, sono fonte diretta d’ispirazione del romanzo. Molti sono i riferimenti ai luoghi, moltissimi quelli che riguardano i Nebrodi, territorio che lo scrittore scoprì avendo sempre Villa Piccolo quale punto di riferimento e punto di partenza.

Come ricordano dalla Fondazione Famiglia Piccolo di Calanovella, ente che custodisce tuttora la memoria culturale e familiare di quei personaggi straordinari, molteplici sono i riferimenti ai luoghi nebroidei presenti nel romanzo. E sul sito internet della stessa si cita tra le fonti il libro I Misteri del Gattopardo pubblicato nel Duemila da Franco Valenti e di imminente riedizione, nel quale egli parla diriferimenti inequivocabili”: “Per esempio – si legge – l’isola di Salina citata nel romanzo, feudo del protagonista Don Fabrizio Corbera “principe di Salina”. Isola che lo scrittore vedeva da Villa Piccolo. O la collina “Monte Morco”, più volte citata nel romanzo, che si trova verso sud a pochi chilometri da Villa Piccolo; o anche il citato (sarcasticamente), “barone del Biscotto”, personaggio realmente vissuto nell’Ottocento a Naso (Saverio Biscotto, che tutti, per canzonarlo, chiamavano barone). Oppure Don Ciccio Tumeo, compagno di caccia del principe Salina nel Gattopardo, che era un dipendente dei Piccolo, conosciuto dallo scrittore a Ficarra. Persino il “paesino piccino piccino, San Cono”, di padre Pirrone, è nella realtà un piccolo borgo dei Nebrodi, non troppo distante da Villa Piccolo. Oltre a questi, esistono ancora tanti altri riferimenti tra il Gattopardo e l’area “nebroidea”, scoperti di recente (alcuni filologicamente eccezionali), che saranno oggetto di future pubblicazioni esegetiche da parte degli studiosi”.

Villa Piccolo e Giuseppe Tomasi di Lampedusa sono, dunque, legati in modo inequivocabile. Quel che però non è a tutti evidente è che il cordone tessuto per rinsaldare tale legame va oltre le vicende storiche e si sublima in un’immortale, quanto eterna, prospettiva. Non dappertutto è possibile che si manifesti una ierofania. Non dappertutto è possibile che il Sacro divenga realtà Eppure, qui, nella villa in collina accanto a quel che resta del torrentello Vina, ciò che è impossibile diviene possibile. Qui gli elementi incontrano i loro spiriti che vivono fra i cespugli del bosco. Qui l’occhio sveglio del barone Casimiro può vederli e immortalarli, trasponendoli nelle sue colorate tele. Un luogo straordinario, senza il quale la lirica immensa di Lucio Piccolo, forse, non avrebbe mai trovato luce e sarebbe rimasta silente nell’animo del grande poeta. E il frammento torna a unirsi all’intero. E ogni cosa torna alla propria dimora. Alla Casa dell’Origine. Un luogo immenso, Villa Piccolo, poiché immerso in un oceano di silenzio che è il silenzio dell’assoluto. E qui è possibile incontrare il cosmico respiro di cui la Villa è un alito di vento.

Scritto pubblicato in “Itinerari Siciliani – Topografie dell’anima sulle tracce di Tomasi di Lampedusa”

 

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